Geologia

Geologia

Articolo realizzato da Sara Carallo con la preziosa collaborazione del geologo Luca Cardello

Orografia

La valle dell’Amaseno è la più estesa e articolata dei Monti Volsci, sistema subappeninico laziale[1] dei monti Lepini[2] e Ausoni, rilievi che si innalzano gradualmente dalla Pianura Pontina fino a formare i massicci calcarei che circondano la valle dell’Amaseno[3]. Mentre il versante settentrionale del massiccio calcareo dei Monti Ausoni, che si sviluppa verso sud in direzione di Terracina, separando la Pianura Pontina dalla Piana di Fondi, è caratterizzato da un altopiano, che culmina con la vetta del monte Alto (821 metri s.l.m.), il versante occidentale presenta una serie di dorsali carbonatiche di considerevole quota (Monte delle Fate 1090 metri s.l.m.). Il Gruppo dei Monti Lepini, la cui massima elevazione è il Monte Semprevisa (1536 m), è compreso tra la soglia di Lariano, a nord-ovest, e la Valle dell’Amaseno, a sud-est, e procede verso la Pianura Pontina con una serie di balze e gradini di notevoli dimensioni. Le due dorsali corrono tra loro parallele e sono separate da profondi solchi vallivi tra cui proprio la Valle dell’Amaseno.
I due versanti che delimitano longitudinalmente la catena dei monti Lepini presentano un aspetto decisamente differente, mentre il versante nord orientale, che si affaccia sulla valle del Sacco, è caratterizzato da terreni acclivi che con un salto ininterrotto di circa mille metri raggiungono le quote di fondovalle. Il versante sud occidentale, invece, è connotato da una morfologia più dolce che si raccorda alla pianura pontina con salti morfologici meno imponenti di quelli del versante opposto[4].
Il sistema orografico[5] è caratterizzato da rilievi carbonatici stratificati[6] dell’Era Mesozoica, dislocati da faglie di diversa età e geometria. La successione sedimentaria costituisce l’ossatura dei massicci, le cui rocce in affioramento sono databili all’intervallo Giurassico medio – Miocene. I terreni più antichi, risalenti al Triassico Superiore affiorano nel settore meridionale (Monti Cecubi, Gaeta). Nel settori settentrionale (Monti Lepini) i terreni più antichi sono costituiti da strati calcarei e dolomitici del Giurassico medio. I terreni del Cretaceo sono i più comunemente affioranti nella catena e sono riconoscibili per la presenza di calcari stratificati e dolomie ricchi di rudiste in alcuni luoghi.
I più recenti terreni Quaternari sono composti da sabbie rosse e argille, da terrazzi fluviali (situati tra Roccagorga e Prossedi) da terre rosse e da tufi rimaneggiati e in posizione primaria, che ricoprono i diversi pianori interni e da lave e depositi di scoria. La valle dell’Amaseno, compreao tra i complessi carbonatici del gruppo dei monti Lepini e dei Monti Ausoni[7], è riempita da terreni argillosi e argillo-torbosi. La struttura tettonica dei Monti Volsci a pieghe e sovrascorrimenti miocenico-pliocenica è attraversata da faglie normali subparallele ad orientazione “appenninica” nord-ovest sud-est comunemente con immersione a sud-ovest e da faglie trasversali “antiappenniche” orientate nord-est sud-ovest.
Nello specifico, il massiccio carbonatico dei Lepini[8] è costituito principalmente da due unità tettoniche di calcari cretacici, separate dal retroscorrimento Montelanico-Carpineto Romano-Maenza, al letto del quale sono preservati i più giovani depositi marnoso-argillose riconducibili del Miocene medio; Il fenomeno morfologico del carsismo, caratteristico dell’intera area montana, è costituito da una fitta rete di fratture di natura tettonica che hanno facilitato l’infiltrazione delle acque superficiali e si esprime attraverso tipiche forme epigee e ipogee, come cavità, inghiottitoi, doline isolate o raggruppate lungo i versanti, polje i lapiez e i campi solcati. Il bacino carsico più noto dei versanti meridionali del settore centrale dei Monti Volsci (gruppo monti Ausoni) è quello di Campo Soriano, ubicato tra monte Romano e monte Cavallo Bianco, ricadente nei comuni di Sonnino e di Terracina. Esso è caratterizzato da un grande dolmen, ampio circa 300 metri e lungo 3 chilometri, con orientamento NW-SE, formato da un fitto reticolo di erosione che ha portato all’isolamento di una serie di blocchi, divisi tra loro da stretti corridoi costituiti da terre rosse.
Per la sua unicità paesaggistica e geomorfologica, l’area è stata dichiarata nel 1985 Monumento naturale e rientra nelle pratiche di tutela e valorizzazione del Parco Naturale Regionale Monti Ausoni e Lago di Fondi (ZACCHEO, 1985). Nel territorio di Campo Soriano non è raro imbattersi in caratteristiche forme di carsismo, completamente isolate in guisa di pinnacoli e di guglie, che emergono dal suolo con creste dentellate o poggiate su altre forme. Sono presenti anche numerose doline di forme e profondità differenti e con poca acqua sul loro fondo. Tra queste si distinguono il Pozzo del Camino (28 metri di profondità), il Pozzo della Frattura (25 metri di profondità), il Pozzo di San Domenico, oltre a quello di Campo Soriano, entrambi profondi 12 metri. Anche la voragine del Catauso[9], posta in località Lagone, nel territorio di Sonnino, nei pressi del monte Tavanese, è una caratteristica formazione carsica. Si tratta di un enorme inghiottitoio profondo circa 130 metri e formato da sette pozzi, collegati tra loro da brevi gallerie[10].
Nei pressi di Maenza è situata la Grotta della Fontana Le Mole, considerata una delle grotte più importanti dei monti Lepini. Nel territorio della vicina Roccagorga sono state identificate altre grotte, tra cui l’Oso di Pozzo nuovo, che raggiunge una profondità di 91 metri. La conca intermontana estesa tra il comune di Priverno e quello di Sonnino annovera anche la presenza di alcuni sinkhole,[11], un particolare tipo di sprofondamento attribuibile a diversi processi di corrosione, migrazione di fluidi e collasso di conformazioni carsiche che determinano infine una tipica forma sub-circolare. Il fenomeno in grado di generarli è localizzato sulla zona pedemontana in corrispondenza del lineamento tettonico bordiero ai quadranti meridionali dei Monti Volsci periferici alla Pianura Pontina. Lungo questa zona si evidenziano anomalie nella circolazione e caratteristica dei fluidi che periodicamente possono creare un disequilibri che possono provocare il collasso al quale segue il progressivo riempimento del sinhole[12].  

L’evoluzione geologica

Le  rocce calcaree e dolomitiche[13] della piattaforma laziale abruzzese alla quale appartiene la catena dei Monti Volsci si sono depositate durante il Mesozoico ed in particolare, per quanto possiamo documentare sui Monti Lepini, tra il periodo Giurassico medio e il Cretacico (da 180 milioni di anni fa a 66 milioni di anni fa). Il contesto di sedimentazione è tipico di un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale subsidente, impostatasi su un crosta continentale subsidente posta già circa 210 milioni anni fa al margine del mare conosciuto come Oceano della Tetide, lungo i bordi del continente africano. Al termine della fase di sedimentazione carbonatica, avvenuta nel Cretacico superiore, prese avvio un lungo periodo di emersione che si protrasse lungo tutta l’età del Paleogene e per parte del Miocene (da 66 milioni di anni fa a 15 milioni di anni fa), durante il quale la tettonica provocò lo smembramento di rilevanti porzioni della piattaforma precedente[14] (fig. 1).
 
Figura 1. Carta geologica. Caratteristiche orografiche, scala 1:100.000. Fonte dei dati Geoportale Nazionale, 2014. Elaborazione Sara Carallo
L’inizio del processo orogenetico, portò durante il Miocene al coinvolgimento di tali terreni carbonatici nella creazione della catena alpino-appenninica. Le unità tettoniche si sono dunque formate per la convergenza delle placche che hanno determinato l’accavallamento di porzioni dell’antica piattaforma carbonatica mesozoica[15] in grandi frammenti separati tra loro da profondi solchi di fossa riempiti da depositi silicoclastici (arenacei e pelitici) depositatisi in ambiente marino e provenienti dallo smantellamento degli antichi rilievi continentali sull’oceano della Tetide. I terreni riconducibili agli attuali Monti Volsci furono isolati da tre depressioni principali: la Valle Latina, a nord est; il solco pontino a nord ovest; e la Valle dell’Amaseno, area di raccordo tra le due valli. I sedimenti trascinati dal processo orogenico, provenienti dalle Alpi furono accompagnati dalla messa in posto da depositi di argille caotiche provenienti dai settori più interno dell’Appennino, ora preservate solo nell’alto Tirreno, che in seguito si riversarono anche nella valle Latina.
Con l’inizio dell’imponente corrugamento della dorsale nel Messiniano-Pliocene, a seguito di un marcato movimento traslativo verso oriente, i frammenti della piattaforma corrispondenti ai futuri Monti Volsci cominciarono a sovrapporsi ai sedimenti silicoclastici e a provocare la parziale chiusura del solco della Valle dell’Amaseno. Alla fine della spinta orogenetica del Plio-Pleistocene (da 5 milioni di anni fa a 100.000 anni fa) cominciò una fase di distensione della strutturacon la formazione di una morfologia a gradoni discendenti verso la Pianura Pontina e la Valle dell’Amaseno. Questa fase vide l’incisione delle valli su cui insistevano le rocce fratturate dall’attività delle faglie.

Magmatismo

Alcune strutture di faglia erano in grado di favorire il passaggio di fusi magmatici che innescarono fenomeni di risalita magmatica e la conseguente formazione di centri eruttivi locali (es. Pofi, Giuliano di Roma-Villa Santo Stefano, Fosso di Monte Acuto, Maenza). I fenomeni di vulcanismo recente hanno influenzato anche la distribuzione delle sorgenti e la formazione dell’idrografia superficiale (fig. 2). Nell’area della Valle dell’Amaseno sono da menzionare i piccoli complessi sedimentari costituiti da foiditi, tefriti e tefriti fonolitiche potassiche (lave, piroclastiti, ignimbriti) di Giuliano di Roma e di Villa Santo Stefano, strettamente connessi con le linee di frattura. Non meno importanti sono i depositi di materiale tufaceo e di ceneri vulcaniche, provenienti dalle eruzioni quaternarie dei Colli Albani ed eventualmente anche dagli altri vulcani laziali e della Campania.
Queste vaste distese tufacee, depositatesi inizialmente sugli altipiani e in seguito rimaneggiate e trasportate dalle acque nei solchi vallivi, hanno fortemente influito sull’idrografia locale, creando terreni poco permeabili e impervi, che ricoprono la permeabile superfice calcarea (ZACCHEO, 1977) e probabilmente influenzando lo sviluppo del reticolo carsico ipogeo.

Figura 2. Carta geologica, scala 1:100.000. Fonte dei dati Geoportale Nazionale, 2014. Elaborazione Sara Carallo
Il progressivo deflusso delle acque venne ostruito all’altezza di Fossanova da una duna sabbiosa eolica rossastra di addossamento al rilievo carbonatico e invasa da diversi bacini lacustri. Nella depressione tra Giuliano di Roma e Amaseno è possibile ancora individuare alcuni sedimenti provenienti da un esteso bacino lacustre Pleistocene, in gran parte eroso. Il fondovalle del medio e alto bacino dell’Amaseno, fino alla isoipsa cento metri, risulta coperto da una coltre di depositi alluvionali terrazzati, antichi e recenti (unità neogenico-quaternarie), che poggiano su un substrato di argille caotiche mioceniche, in cui gli affioramenti superficiali possono essere identificati solo alla testata della valle.
Residui di estesi depositi alluvionali terrazzati possono essere rintracciati nel Fosso di Giuliano, lungo il percorso della strada statale 156, e nel Fosso del Monte Acuto, nei pressi di Prossedi. Le numerose depressioni tettonico-carsiche, rintracciabili a diverse quote, sono caratterizzate dalla presenza di depositi detritici recenti e generati dall’alterazione dei carbonati e delle vulcaniti, in particolar modo sul lato destro della Valle dell’Amaseno. L’area circondata dai centri storici di Prossedi, Maenza e Roccagorga è caratterizzata dalla presenza di suoli di notevole spessore, dovuti alla commistione di epivulcaniti, prodotti vulcanici fluitati anche da distanze rilevanti e depositatisi successivamente nel fondovalle, terre rosse provenienti dalla dissoluzione dei calcari e brecce e ghiaie calcaree scaturenti dal frazionamento dei rilievi carbonatici e fluitate dall’azione delle acque di scorrimento all’interno delle incisioni, in particolar modo lungo i solchi del Fosso di monte Acuto, del Vallone di Carpineto e dell’altipiano compreso tra Roccagorga e Sezze.
L’erosione eolica ha avuto un ruolo preponderante nella formazione delle dune litoranee e sublitoranee[16], di cui ancora oggi possiamo trovare tracce consistenti nel Bosco del Polverino, nei pressi di Priverno; mentre nel bacino orientale dell’Amaseno in seguito all’intensa attività vulcanica di tipo esplosivo, si è creata una vasta zona lacustre, che ha provocato il deposito di livelli detritici da ghiaiosi a sabbiosi e argillosi. L’area della fascia sinistra nel fondovalle fino a una quota di 40-50 metri s.l.m. presenta, invece, coperture terrose miste, simili a quelle presenti nel bacino di Priverno, mentre sugli altopiani di Roccasecca dei Volsci è possibile individuare estese coperture di terre rosse.
 
Figura 3. Tracce delle sabbie rosse della duna sub litoranea nel Sito di Importanza Comunitaria (SIC) Bosco di Polverino. Fotografia Sara Carallo, 2015
NOTE
[1] Il sistema sub appennino era precedentemente denominato «monti Volsci», il cui nome è da riferirsi all’antica popolazione italica di cui Priverno fu capitale. La catena rappresenta la dorsale pre-appenninica collinare e montuosa costiera e sub-costiera che comprende il gruppo dei monti Lepini, Ausoni e Aurunci. Negli anni, il termine “Volsci” è stato sostituito dalla denominazione dei settori geografici che lo compongono, i monti Ausoni e i monti Aurunci. [2] L’etimologia del nome Lepini deriva dal latino lapis ovvero pietra e si riferisce alla natura calcarea delle rocce che compongono il massiccio. [3] Il nome Ausoni è riconducibile all’antica popolazione italica stanziata nella regione campana durante l’età del ferro. Il termine fu successivamente usato dai poeti romani per identificare tutti i popoli dell’Italia più antica, detta Ausonia. [4]Per approfondimenti sugli aspetti orografici si rimanda a ZACCHEO 1985; ZACCHEO, SOTTORIVA, 1994; SERVIZIO GEOLOGICO D’ITALIA, 1967. [5] Per la lettura degli aspetti orografici sono state utilizzate diverse edizioni storiche della cartografia dell’Istituto Geografico Militare (IGM), particolarmente utili nell’esame di specifici fenomeni che nelle edizioni più recenti sono difficilmente rintracciabili a causa del processo di antropizzazione della Valle a partire dalla seconda metà del Novecento. [6] Le formazioni calcaree che caratterizzano la valle dell’Amaseno sono state prodotte da sedimenti depositatisi sul fondo del mare prima che diversi sollevamenti terrestri portassero alla progressiva emersione del suolo laziale. [7] Già dall’analisi della toponomastica riguardante l’aspetto orografico della Valle è possibile rintracciare le principali caratterizzazioni geomorfologiche e ambientali che contraddistinguono le catene dei monti Lepini e dei monti Ausoni. Ci si riferisce in particolare al monte Lupone, monte Calvello, monte Calvo, monte Alto, monte Acuto, monte Acquapuzza, monte della Difesa, monte della Sentinella. [8] I monti Lepini sono costituiti da calcari permeabili risalenti all’epoca del Cretaceo, mentre in alcuni tratti sono ricoperti da una cortina di tufi aerei, più o meno cementati. [9]Il toponimo, di origine greco-latina, rimanda alle caratteristiche morfologiche della formazione carsica e significa imboccatura, apertura, entrata, foro. [10] Il Catauso viene rappresentato nella cartografia storica fin dalla carta dell’Astolfi del 1785. Le prime esplorazioni speleologiche sono state compiute nel 1928 e nel 1931, ma solo con la spedizione del 1956 una squadra di esperti speleologi riuscì a raggiungerne il fondo. [11] Il termine sinkhole (letteralmente «buco sprofondato») è stato utilizzato per la prima volta da Fairbridge (1968) per definire una depressione di forma sub-circolare dovuta al crollo di piccole cavità carsiche sotterranee (Cfr. anche ALMAGIÀ, 1904; 1910). [12] Il fenomeno del sinkhole condiziona l’uso del suolo e rappresenta un rischio per le popolazioni, le abitazioni e le infrastrutture, le quali potrebbero essere coinvolte in improvvisi crolli. La sua conoscenza riveste particolare rilevanza nella pianificazione urbanistica. [13] Si tratta di rocce sedimentarie formate da doppio carbonato di calcio e magnesio (CaMg)CO3. [14] Le caratteristiche litologiche e geomorfologiche del substrato sono facilmente riscontrabili dall’analisi della cartografia geologica e geolitologica. [15] L’enorme piattaforma carbonatica occupava gran parte dell’Italia centro-meridionale e una estesa porzione dell’attuale mar Tirreno fino alle isole pontine. [16] Tale fenomeno può essere ricondotto a fasi aride durante le quali i materiali superficiali, situati su aree prive di vegetazione, potevano essere agevolmente sollevati dal terreno e trasportati dal vento.
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